MI
IMMERGEVO. RESPIRAVO
E'
sera tardi. Nemmeno troppo, dirai tu, ed è vero,
poco più delle dieci. Ma la vecchiaia ormai si fa
sentire, e cambia tanti concetti. Anche quello di "tardi
e di "presto". E penso alla fatica di Walter che
sta guidando nella notte e mi riconduce a casa. Spesso penso
a questi angeli custodi, angeli in carne ed ossa, che si
fanno compagni di viaggio, dei miei viaggi.
Veniamo
da un matrimonio, il matrimonio di Maresa e Salvatore, in
una chiesa, quella d S. Bernardino, ad Arese. Per me, ma
forse non solo per me, una immersione dentro un mondo altro.
Di cui sentivo il bisogno. Impellente bisogno di aria nuova
Tant'è che mi sembrò giusto confidarlo iniziando
l' omelia. Mi venne spontaneo confidare pensieri che mi
si muovevano dentro:
"Benediciamo
insieme il nome del Signore". Io lo benedico oggi.
E, penso, anche voi con me. Per questo giorno che il Signore
mi dona, ci dona, oggi.
Vi
confesso che ne sentivo il bisogno. Più i giorni
passavano - e non erano solo giorni, erano mesi, lo spettacolo
di questi mesi, l'aria greve, e non tanto dal punto di vista
meteorologico, aria greve, pesante di questi mesi - più
sentivo bisogno di aria pura, trasparente, di acqua zampillante.
E tu, Signore, me l'hai data, ce l'hai data.
Era
un bisogno di detergere gli occhi. Di guardare altrove.
Vi dirò che mi riappacificavo, incontrando persone
a me care, tra queste Maresa e Salvatore. Dunque non tutto
è aria ammorbata, non tutto è spettacolo deprimente,
sconsolante. Dio ci dona altro. Noi ti benediciamo, Signore.
Tu,
Signore, passi con la tua grazia, è un fruscio. Passi
e non chissà quando e non chissà dove. Passi
oggi, passi qui, oggi. Noi lo chiamiamo sacramento. Tu ci
dici: guardateli, sono loro la cosa sacra, il loro amore
contiene il mio sogno.
Guardate
questo mondo altro. E' piccolo, ma è anche diffuso,
un mondo diverso, dove riposa il mio sogno.
Era
immersione in un mondo altro. Altro, ma reale. E non era
forse questo l'esercizio, che suggerivo, se ben ricordo,
nel mese di giugno, quando mi sembrò che, nella discesa,
fossimo arrivati all'inferno? Ma non era ancora inferno.
Era solo un passaggio verso altro degrado. Suggerivo allora
di leggere altro, di osservare altro. E non era, certo,
invito ad evadere dalla realtà, ma ad allargare la
visione. Della realtà. Quella che spesso, molto spesso,
non ha nulla di eccezionale.
La
chiesa del matrimonio, da cui venivo domenica sera, non
aveva nulla di eccezionale. Il giorno prima mi ero incantato
nella penombra di una chiesa romanica del tredicesimo secolo,
che si affacciava, tra i boschi di un monte, in vista del
lago Maggiore. Qui, in S. Bernardino, l'arte non abitava
pareti. Eppure entrando fui come conquistato. Dai suoni.
Sapevo che avrei trovato un piccolo gruppo di amiche e amici,
tedeschi di nazionalità, evangelici di tradizione,
con cui la famiglia di Maresa aveva stretto legami da anni.
Non so dire se ad incantarmi fosse la bellezza dei canti
che stavano provando o fosse la bellezza della loro passione.
Come poteva infatti succedere che da lontano ti sembrasse
che a cantare fosse un nutritissimo coro e poi davanti agli
occhi, un poco sorpresi, ti ritrovassi l'entusiasmo di sei
amici? Piccolo coro, a miracolo d'amicizia.
Io
mi immergevo. E respiravo. Dentro una stagione di favorite
e di veline, di ammiccamenti e di scambi di favori, di censure
e di respingimenti, ecco apparirti un altro scenario. E
respiri, a polmoni gonfi. Respiri, in tutta la sua bellezza,
la gratuità di amici e amiche che vengono da lontano
a dare emozione a un rito. La bellezza di una passione,
che non è consumo, ma incantamento. Io mi immergevo.
Respiravo.
Le
prove di canto furono semplicemente preludio all'intensità
della partecipazione corale, un grande abbraccio di giovani,
amici e amiche convenuti a condividere, fuori da ogni formalismo.
Percepivi, senza ombra di inganno, che c'era incantamento
di occhi nell'assemblea, anche se non era assemblea adusa
alle celebrazioni ecclesiastiche.
Respiravi
entusiasmo di amici per la bellezza di un cammino che prendeva
forma, dentro una promessa. Dentro parole che non erano
casa vuota, casa di inganno. Erano abitate. Dalla verità.
Io
mi immergevo e respiravo. Finalmente parole vere, a sfida,
sfida totale, di una aria pesante ammorbata dalla menzogna,
a respingimento, questo sì sacrosanto, dell'immagine
squallida, inqualificabile di personaggi che dicono una
cosa e se la rimangiano senza smorfia di pudore, dicono
e non fanno, giurano ed è giuramento d' ipocrisia,
si celebrano e sono solo maschere del nulla.
Mi
immergevo e respiravo. Respiravo la verità, ma non
astratta, no, fatta di occhi. Gli occhi di Maresa e di Salvatore,
che si guardavano, fino alla punta dell'anima, nel dirsi
la promessa. Perché è sulla verità
e solo sulla verità che si può ancora costruire.
Come su roccia. La verità delle parole che Maresa
e Salvatore si scambiavano mi appariva come condizione,
ineludibile, di ogni futuro, che sia di una relazione o
che sia di una società. Sulla menzogna, relazione
e società sarebbero casa che trema. Come su sabbia
mobile.
Poi all'uscita, dopo esserci incantati al canto, timbro
forte appassionato coinvolgente, di una messa creola, la
strada divenne piazza, allegra come in giorni di festa.
E a stupirmi, mi si perdoni il bisticcio di parole, a stupirmi
lo stupore. A stupirmi il fatto che a dirti l'incantamento
per una celebrazione in una chiesa fossero ragazzi e ragazze
che non frequentano abitualmente le chiese. Loro a parlare
di spiritualità. Per un attimo mi attraversò
la memoria la confidenza di un'amica, cui era capitato di
incrociare tempo fa dei giovani che le confessarono che,
quando a loro capita di entrare nelle chiese e di non udire
parole che facciano ardere il cuore, fuoriescono e vanno
a leggersi qualche brano dei discorsi di Obama, "perché
là" dicono "troviamo sempre qualcosa che
fa ardere il cuore". Le nuove forme della spiritualità!
Potrei
anche dire, nuove forme di essere chiesa. In questi giorni
infatti, segnati da storie di inimmaginabile squallore,
quanti di noi, che ancora amano la chiesa, hanno provato
sensazione di spaesamento, quasi fossimo fuori paese, a
motivo di un mondo ecclesiastico che, nelle sue reazioni
ed esternazioni, sembra più incline alla prassi della
diplomazia che alla passione della profezia. Con l'esito,
lo ricordavamo, di parole che non fanno ardere il cuore,
anzi lo raggelano.
Non
abbiamo forse udito il Direttore dell'Osservatore Romano
prendere le distanze - e non sarà per opportunismo?
- dalla timida, e pur sempre tardiva, indignazione della
stampa cattolica?
Non
guadagnerebbe, ce lo chiediamo, in stima evangelica, una
chiesa reattiva non solo su quanto personalmente la riguarda
- "Non è quello che fanno anche i pagani?"
diceva Gesù - ma su temi che riguardano tutti, soprattutto
i più deboli, in un momento storico in cui nel paese
sono in pericolo il metodo democratico, la libertà
dell'informazione, il primato del bene comune sugli interessi
di parte, la lotta alla corruzione, il rispetto della legalità,
la stima dell'onestà? Non ci verranno rimproverati
questi assordanti silenzi dalle generazioni future?
Forse
anche per questo sentivo bisogno di aria nuova, di incrociare
uomini e donne che ancora danno credito a Gesù. al
profeta di Nazaret, il figlio di Dio, che ha allontanato
sdegnosamente, senza esitazioni di sorta, senza l'ipocrisia
di disgustosi equilibrismi, il satana che prometteva favori
e beni del mondo. In cambio di acritiche adorazioni.
Sentivo
che dovevo guardare altrove, percepivo che chiesa del profeta
di Nazaret, era anche quell'assemblea che si era data appuntamento
per un matrimonio. Lo era dentro, ma anche fuori delle pareti
di quella chiesa, spoglia di opere d'arte ma vestita della
passione di chi vi prendeva coralmente parte. Mi immergevo
e respiravo.
Così
come mi era accaduto di immergermi e di respirare in un
giorno di agosto sull'Appennino ligure, quando fui chiamato
a parlare ad alcune comunità che si affacciano sulle
valli che stanno sopra Chiavari. E che cosa scoprii? Al
mio arrivo, una chiesa moderna, una follia, direbbe qualcuno,
per un piccolo minuscolo paese dei monti. Benedetta follia
di una chiesa fatta di pietre d'ardesia e di legname, i
beni, l'essenza di quei luoghi. E a ingentilire il biancore
della facciata, il parroco folle, folle del vangelo, volle
piccole incavature. A riposo e a rifugio di uccelli. Il
contrario, semplicemente il contrario, del respingimento.
Io
mi immergevo e respiravo. Ma poi, quasi senza soluzione
di continuità, dalla chiesa di pietre mi avvenne
di passare con gli occhi alla chiesa di pietre vive, comunità
fatta di corpi e di anime di gente comune. Nella chiesa
in vista dei monti andavano a poco a poco prendendo posto
uomini e donne dei paesi della valle. Quelli di cui nessuno
si ricorda quando si dice "chiesa", quelli di
cui si innamorava Gesù per via della loro piccolezza,
per lui privilegiata, cui tocca in sorte svelamenti per
lo più negati ai sapienti e ai dotti. Mi immergevo
e respiravo.
Ti
dirò che anche quella sera d'agosto, ritornando a
Milano che era ormai notte, mi avvenne di pensare alla fatica
di Giuliano, uno degli angeli in carne ed ossa, che mi riportava
fedelmente a casa. Ma ti dirò che la mia sensazione
fu che, quasi più della stanchezza, gli respirasse
in viso la festa per quello che ci era capitato, di cui
eravamo stati testimoni. Ci eravamo immersi. E avevamo respirato.
don Angelo
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